La Fiaba

Martina: storia di una bambina, di un castello e di una fata

Questa é la storia di Martina, una bimba di 8 anni 6 mesi e un giorno.

Proprio quel giorno, mentre stava facendo una passeggiata nel villaggio in cui viveva, Martina scorse abbarbicata su un muretto, una piccola lucertolina verde tutta intenta a gustarsi il sole.

La lucertolina indispettita, sentendosi osservata, guizzò subito via…

Martina non fu da meno e incuriosita cominciò a correrle dietro: lungo i muri delle case, nei cortili dei palazzi e poi fuori dal paese, nei campi e nei prati, tra gli alberi e le siepi.

Giunta sotto un grande olmo solitario, la lucertolina si fermò trafelata a riposare, e annusando l’aria pensierosa sibilò brontolando tra sé e sé: «É mai possibile che non ci si possa scaldare un attimo in pace senza che qualcuno ti possa scambiare per un giochino semovente?» Pensato questo, guizzò poi via di nuovo, tra fossi e pietraie, rigagnoli e pozze, con Martina sempre dietro, incollata  come un ombra. Giunta in cima a una collinetta la lucertolina fece una piroetta su sè stessa e schizzò via veloce come un lampo.

Martina, colta di sorpresa, perse l’equilibrio e ruzzolò giù per una scarpata come una ruota sganciata da un carro. Precipitò a valle schivando miracolosamente tronchi, pietre e altri oggetti contundenti, finché la caduta ebbe termine in quello che sembrava essere uno stagno o per essere più precisi, un fossato con tanto di acqua, fango e altre viscide presenze. Il sole doveva essere sparito da quel luogo, anzi sembrava proprio non esserci mai stato lì da quelle parti. L’ambiente era umido, freddo e di un color tendente al verde marcio.

La bambina emerse dall’acqua, si scrollò e si guardò attorno, poi sentì dei tonfi provenire dalla vegetazione poco distante, assieme a un odore strano, quasi selvaggio. La terra cominciò a fremere, poi a tremare sempre più forte. Martina si aggrappò a dei rami di un albero per non cadere, ma inutilmente: una forza possente si era ormai impadronita di lei. Senza tanti riguardi la bambina venne afferrata, sollevata e posata sopra a una zolla di terra ricoperta di muschio.

Poi una voce profonda pronunciò queste parole: «Ma guarda guarda… Mia sorella me l’aveva detto che oggi avrei avuto ospiti!»

Il rimbombo tuonante disorientò Martina, che si girò e rigirò più volte su se stessa più volte per capire da dove la voce provenisse. Intuì però che per saggiare le intenzioni della creatura parlante doveva fare subito qualcosa, ma purtroppo tutto quello che le venne in mente di dire fu:

«Ciaoiomichiamomartina!»

Passò qualche istante, prima che la creatura rispondesse.

…«E Io sono Elsa, la Serpentessa del bosco!»

«Sonvenutaaporgerleimieiomaggi!» Rispose svelta la bambina, alla quale in certe circostanze non mancava certo la tempestività.

 «Uhmm! Parli un po’ troppo… velocemente per i miei gusti. Scandisci bene le parole se vuoi che ti capisca, Ciaoiomichiamomartina!»

«No! – No!  – So – lo  – Mar – ti – na!  – Io  – mi  – chia – mo  – Mar – ti – na!»

 «Così va meglio! Dimmi Martina, che cosa ci fai qui?»

«Mi – so – no – per – du – ta – rin – cor – ren – do – una –  lu – cer- to – li – na – ver – de!»

«Uhhmmm! Ormai quello che è fatto è fatto! Ma sappi che da qui non potrai tornare più indietro ma soltanto proseguire…»

Udite queste ultime parole la bambina cominciò a piangere così forte, ma così forte, da fare concorrenza al rumore del battello d’acqua che nel frattempo era cominciato a precipitare dal cielo.

Elsa la Serpentessa riflettè tra sè e sè, poi sollevò la bambina e la posò delicatamente all’interno del guscio del grande Uovo Bianco; la avvolse tra le sue cinque spire e asciugandole le lacrime, le intonò una antica nenia di fossato che pressappoco faceva così:

 «Dormi, dormi fino in fondo di un sonno che guarda,

che guarda e che ascolta, la musica del mondo.

Se cerchi con gli occhi il sapere del Mare

troverai risposte alla Corte del Vento.

Se cerchi speranze nell’acqua d’argento

sentirai la Luna e il suo fioco lamento.

Se cerchi nel Tempo il ricordo di ieri

vedrai spuntare il Sole sul vecchio tormento.

Dormi, dormi fino in fondo, di un sonno che guarda,

che guarda e che ascolta la musica del mondo.»

Martina, in men che non si dica, piombò in un sonno così profondo che persino i suoi pensieri più cupi si addormentarono con lei.

Elsa che conosceva bene il suo mestiere, sorrise e lasciò dormire la bambina. Il grande Uovo avrebbe compiuto il resto…

Fu così che Martina, stretta in quell’abbraccio caldo e amorevole, cominciò a sognare…

…«Più paura non avrai! Se Esmeralda seguirai…» Le disse in sogno una bellissima fatina, facendole contemporaneamente cenno di salire assieme a lei su un buffo fungo colorato.

Martina ubbidì prontamente e il fungo si staccò da terra ruotando vorticosamente, per poi alzarsi in volo verso il cielo stellato…

Ad alta quota faceva freddo e la fatina avvolse Martina con un grande e morbido mantello verde. Sorvolarono valli, montagne, fiumi e città che da lassù erano così piccole da apparire come puntini insignificanti. Poi scorsero una catena di monti innevati con al centro, in mezzo a dense nuvole, un enorme albero: l’albero più grande che Martina avesse mai visto in tutta la sua vita.

“Ooohhh! Ma quell’albero é enorme!” Esclamò la bambina.

Esmeralda le rispose: “Si! E’ l’Albero dei Racconti! E’ così grande perché contiene tutte le storie degli uomini! Le sue radici arrivano fino al centro della terra, dove tutto é infuocato e dove nessuno si è mai avventurato! Ma ora aggrappati forte e chiudi bene il mantello! Stiamo per entrare in una brutta tempesta!”

In breve il vento infuriò tutt’attorno ed entrambe furono investite da una pioggia battente. Esmeralda prese Martina per mano e socchiuse gli occhi, lasciando che il fungo trovasse la via più sicura per portarle in salvo. Sobbalzarono, sussultarono, mulinarono come foglie, persero quota e dopo un tempo interminabile finalmente uscirono dal turbinio e furono deposte a terra miracolosamente illese. Quando si ripresero, si accorsero di trovarsi ai piedi di una montagna, davanti all’imbocco di una galleria da cui uscivano strani bagliori…

Si fecero coraggio ed entrarono nella galleria, che poco dopo sfociò in un lungo e stretto camminamento sulle cui pareti s’affollavano alla rinfusa ombre delle più strane creature: farfalle, cavalli, mostri, orme di piedoni, corna di cervo, bacchette magiche, cappelli di gnomi, e ancora martelli, bocche sdentate e anelli di fumo. Alcune di queste sospiravano e sussurravano parole incomprensibili. Martina si attaccò al braccio della Fatina, la quale sorridendo stava già cominciando a capire dove fossero finite… Infatti, alla fine del cunicolo, due torce fiammeggianti, illuminavano una massiccia porta di legno, sulla quale a intervalli regolari lampeggiavano alternativamente queste due scritte:

NON DISTURBARE!/VOLETE UNA TAZZA DI TE’?

NON DISTURBARE!/VOLETE UNA TAZZA DI TE’?

Le due amiche presero coraggio, spinsero la porta assieme nel momento giusto, e in un attimo si trovarono in una stanza arredata di tutto punto, con un tavolo sontuosamente apparecchiato, sul quale svettavano due invitanti tazze fumanti di tè e un piatto ricco di gustosi pasticcini.

Dalla vista che si intravvedeva dalle finestre, capirono di essere entrate in un’antica torre. Ovunque c’erano oggetti di ogni risma: carte geografiche, disegni di erbe, mappe dei cieli, clessidre di vetro e sfere di metallo lucente. Una ruota girava formando tracciati a spirale, mentre un telescopio scrutava silenziosamente il cielo. Ampolle, pipette, storte e bottiglie di ogni forma erano ammassate sugli innumerevoli scaffali assieme a centinaia di minerali luccicanti e colorati. Nell’aria, un borbottio allegro e una melodia rilassante faceva da sottofondo musicale a quella baraonda.

Esmeralda e Martina si accomodarono sedute e timidamente cominciarono a sorseggiare il tè e a gustare quel ben di Dio. Dopo un po’ però, nella stanza fece ingresso un personaggio alquanto bizzarro, con una barba bianca come la neve, gli occhi azzurri come il mare, con addosso un grande mantello sul quale erano cuciti strani emblemi dal significato oscuro.

L’uomo così agghindato si presentò in modo formale e facendo un inchino disse di chiamarsi Anzio e di essere il Mago della torre del Vento.

Poi aggiunse: «Benvenute nella mia umile dimora! A cosa devo l’onore della vostra visita?»

La Fatina a sua volta rispose: «Possa girare il vento se il nostro nobil intento abbia altro fine che un incontro sublime!»

Al che il Mago replicò: «Finalmente qui conosco la famosa Fata del Bosco! Tante cose imparerete se per un po’, voi resterete… Molte stelle potrete guardare e alcun’altre immaginare… Terra, Acqua, Aria e Fuoco, insieme a me diventan gioco! E quando via, vorrete andare, le scarpe ai piedi dovrete levare…»

Martina ed Esmeralda, allettate dall’offerta, decisero di trascorrere un po’ di tempo col vecchio Mago facendo esperimenti di ogni tipo, osservando il cielo, lavorando i metalli e divertendosi un mucchio. Impararono le cose più strane sui misteri della Natura, delle Arti antiche e delle Scienze.  Alla fine del periodo però, seppure a malincuore, decisero di ripartire e salutarono il Mago promettendogli di tornare presto a trovarlo.

Salirono le ripide scale della torre e una volta giunte in cima si trovarono in mezzo a uno strato di fitta nebbia alto fino alle ginocchia. Si tolsero subito entrambe le scarpe come era stato loro raccomandato e rimasero scalze.

Martina fece qualche timido passo, tastando bene il terreno prima di appoggiare il proprio peso: non poteva conoscere quali insidie potevano nascondersi sotto di lei. In breve però, imparò a fidarsi dell’istinto e si permise da fare una corsetta e anche un paio di saltelli. Alla fine del percorso entrò in un grande laboratorio colorato pieno di bambini indaffarati a disegnare, pitturare e giocare. Uno di loro, vedendola entrare le mise della creta cruda in mano e le chiese di modellare la prima cosa le fosse venuta in mente.

All’inizio Martina fu incerta sul da farsi, ma poi si ricordò della lucertolina verde e cominciò a riprodurne la forma, così come la ricordava.

Appena terminata la statuina, arrivò Esmeralda che le chiese di uscire dalla stanza perchè aveva intenzione di mostrarle una cosa. La fatina la condusse davanti a un grande schermo rotondo e le disse: «Martina, questo é lo specchio del Tempo, sotto la sua superficie scorrono senza tregua tutte le immagini prodotte nel mondo. Non devi far altro che toccarlo con le dita, se vuoi che rifletta qualcosa che ti riguarda da vicino…»

Martina toccò la superficie dello specchio e questo, dopo qualche bagliore iniziale, proiettò il riflesso di una tempesta. Lo toccò ancora e vide Anzio lambiccare con i suoi strumenti. Un altro tocco e lo specchio riflesse Elsa la Serpentessa intenta a stiracchiarsi nel fossato.

A quel punto Esmeralda la fermò e le disse: «Aspetta! Prima di proseguire devi indossare il mantello che ti ho donato. Non dimenticarlo! Ma adesso é arrivata l’ora che io ritorni nel bosco e anche per te é arrivato il tempo di fare ritorno. Siamo state bene insieme, ma ora devo proprio andare…» L’abbracciò forte, le diede un bacio sulla guancia e le fece indossare il mantello verde. La salutò più volte agitando le mani, poi si voltò e sparì completamente dalla vista lasciando sospesa nell’aria soltanto una nuvoletta azzurrina.

Martina ricambiò i saluti con gli occhi lucidi, indossò il mantello magico e si mise a guardare lo specchio. Lentamente allungò la punta di un dito per toccarlo e altrettanto lentamente, nello specchio, si formò l’immagine di un grande Uovo bianco al cui interno una bambina stava profondamente dormendo… Non si riconobbe subito, ma poi batté le mani e gridò: «Ma.. Ma quella…S-Sono io!»

Appena pronunciate queste parole la bambina si svegliò di soprassalto. Si guardò intorno senza capire: era sulla collinetta appena fuori casa… Sentì i rintocchi di una campana lontana e li contò: tre, quattro, cinque, sei! SETTE! «Le Sette! Ma é tardissimo! Devo tornare subito a casa!!»

Si alzò dall’erba stiracchiandosi, sbadigliò, e si diresse velocemente verso il paese… Mentre correva si mise le mani in tasca e stranamente trovò un oggetto… Lo tirò fuori e vide che… Era una lucertolina di creta!

Sorrise… E scalza continuò a correre nel vento…